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I cippi e i monumenti ai Caduti
Autore:Amministratore - Ultimo Aggiornamento:18/11/2013 19.26.46 Stampa Documento


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[Dal libro Per una storia di Cavezzo, stampato a Cavezzo nel maggio 2002 per iniziativa del Comune di Cavezzo e della Fondazione culturale "Gino Malavasi"]

A ridosso del 25 aprile – in concomitanza con la ricorrenza della fine della Seconda Guerra Mondiale e della Liberazione – si ripete l’annuale tragitto che porta una delegazione di ex-combattenti, di rappresentanti delle Istituzioni e di scolari delle Scuole Medie, a rendere omaggio ai caduti di guerra. In un percorso sempre fedele a se stesso, il rituale replica le sue “soste evocative”, attraverso la deposizione di fiori e la commemorazione silenziosa dei partecipanti di fronte a ognuna delle tappe della memoria, che vengono qui di seguito riportate.

1) Cippo di via Concordia, in memoria di Giacomino Gavioli, nato a Cavezzo il 25 luglio 1920 e fucilato a S. Possidonio dai fascisti perché renitente alla leva.

2) Monumento di via Concordia 135, in memoria di Giovanni Benatti, nato a Nonantola il 3 giugno 1920 e fucilato dai nazifascisti nella propria abitazione “perché trovatogli in casa un rifugio contenente armi”, e di Renzo Iemma, nato a Mirandola il 26 agosto 1913 e fucilato nella stessa casa, in cui viveva in quanto cognato di Benatti.
L’uccisione di Giovanni Benatti e Renzo Iemma ebbe un’eco diffusa, in quanto coinvolse Carlo Tortonesi, Capitano della Guardia Nazionale Repubblicana a cui Vezzalini, capo della provincia di Ferrara, affidò il comando della propria polizia personale, la cosiddetta banda dei “Tupin” (per gli omicidi di Benatti e di Iemma, oltre che per l’eccidio di Goro, Tortonesi fu condannato a morte mediante fucilazione alla schiena). Fu una spiata a guidare i repubblichini alla cascina di Benatti, dove vennero scoperte numerose armi, generi alimentari, lenzuola e uniformi tedesche; materiale che fu caricato sugli autocarri, così come gli ostaggi. Sembra che sia stato un tentativo di fuga a condannare Benatti e Iemma alla morte, prima che il fienile venisse dato alle fiamme dai repubblichini che velocemente si allontanarono per il timore dei partigiani.

3) Monumento di via Cavour
(località Ponte Motta), in memoria di Odino Artioli, nato a Bomporto il 24 ottobre 1920 e caduto in seguito a rastrellamento il 25 marzo 1945; Renato Andreotti, nato a Modena il 2 febbraio 1922 e ucciso durante un rastrellamento dalla brigata nera a Rovereto il 25 marzo 1945; Clelio Marchesi, nato a Nonantola nel 1922 e ucciso dalle brigate nere perché sorpreso alla costruzione di un rifugio in località Rovereto di Novi il 25 marzo 1945; Umberto Reami, nato a Cavezzo il 13 aprile 1921, ucciso nello stesso contesto di Marchesi.

4) Cippo di via Uccivello, in memoria di Onorio Orlandi, nato a Cortile di Carpi il 21 febbraio 1925 e caduto il 2 ottobre 1944 in uno scontro con i fascisti.

5) Monumento del Cimitero
(località Cavezzo), in memoria di Dario Guerzoni, nato a Modena il 7 giugno 1912 e caduto a Cefalonia il 21 settembre 1943. Medaglia d’argento al valore militare con la seguente motivazione: “Autiere della «Divisione Acqui», catturato dopo strenua resistenza veniva passato per le armi. Caduto non mortalmente trovava la forza di sollevarsi e di manifestare il suo profondo sdegno per l’avversario. Nuovamente colpito, cessava di vivere. Cefalonia 1943”.

6) Lapide del Cimitero-Sacrario (località Cavezzo), in memoria dei caduti garibaldini.

7) Lapide del Cimitero-Sacrario (località Cavezzo), in memoria di Ursus Roveri, nato a Crevalcore il 25 luglio 1912 e “caduto il 10 febbraio 1945 in località Via Pioppa di Cavezzo combattendo contro una pattuglia di tedeschi”; Iolanda Andreotti, nata a Bastiglia il 10 agosto 1928 e caduta da partigiana e staffetta negli scontri per la liberazione di Cavezzo il 23 aprile 1945; Lino Baraldi, nato a Ganaceto il 28 settembre 1916 e caduto durante un rastrellamento fascista in località Staggia il 29 novembre 1944; Renzo Iemma (già citato); Pace Iemma, sorella di Giovanni Benatti, nata a Nonantola nel 1916 e uccisa da una scheggia di bomba, mentre teneva in braccio il figlio Ildegardo, di appena due anni; Giovanni Benatti (già citato); Credo Carreri, nato a Mirandola il 9 aprile 1924 e caduto il 12 maggio 1945 nel recupero di materiale inesploso a Motta di Cavezzo; Elio Sommacal ed Ermes Saltini (si veda più sotto); Odino Artioli, Umberto Reami e Clelio Marchesi (già citati).

8) Monumento di Piazza Tre Martiri, in memoria di Ermes Saltini, nato a Cavezzo il 4 novembre 1922, catturato il 26 gennaio 1945 durante il tentativo di distruggere l’Ufficio Accertamenti Agricoli di Cavezzo, fu poi impiccato (Medaglia d’argento al valore militare con la seguente motivazione: “Caduto prigioniero nel corso di un furioso combattimento, benché minacciato di morte non faceva rivelazione che potesse compromettere la Resistenza. Condannato alla pena capitale veniva impiccato. Cavezzo, 26 gennaio 1945”); Elio Sommacal, nato a Belluno il 5 agosto 1928 e impiccato in piazza a Cavezzo il 26 gennaio 1945 (Medaglia d’argento al valore militare con la seguente motivazione: “Giovanissimo ardimentoso combattente, nel corso di un’azione particolarmente rischiosa veniva ferito e catturato. Invitato a fare delle rivelazioni sulla propria formazione taceva mantenendo un contegno sprezzante. Veniva strangolato dai nemici, rabbiosi di tanto coraggio. Cavezzo, 26 gennaio 1945”); Ezio Pavan, nato a Carpi il 19 novembre 1928 e impiccato a Cavezzo il 26 gennaio 1945 in seguito alla cattura avvenuta durante la stessa azione fallita, condotta con i due compagni sopra citati.
Il tentativo di penetrare dapprima nei consorzi agrari, poi nei comuni, operato nella notte tra il 25 e il 26 gennaio da Saltini (bracciante comunista), Sommacal e Pavan (“due ex piccoli apostoli di Don Zeno Saltini”), era finalizzato alla distruzione delle carte annonarie. Sorpresi da un maresciallo tedesco e riconosciuti come partigiani, i tre giovani vennero catturati mentre cercavano di garantirsi la fuga con le armi. Benché torturati – Saltini morì per un ferita ricevuta durante lo scontro a fuoco con i repubblichini – evitarono qualsiasi rivelazione sulla loro formazione (il gruppo “Barlede”). Il mattino seguente furono trovati impiccati agli alberi che circondavano l’allora Municipio. Dopo quell’episodio fu fatto divieto a tutti gli uomini d’indossare il tabarro, dal momento che sotto quell’indumento i tre ragazzi avevano nascosto le armi.

9) Monumento di via Papazzoni, incrocio Statale 12 (località Medolla), in memoria di sette giovani di S. Giovanni in Persiceto, uccisi il 22 aprile 1945 dai tedeschi che battevano ormai in ritirata: Ivo Vannelli (nato il 13 aprile 1903), Walter Casari (12 settembre 1922), Bruno Bencivenni (30 novembre 1920), Luigi Catalucci (6 maggio 1916), Mario Risi (13 aprile 1921), Ernesto Bettini (21 settembre 1925), Adelio Cacciari (18 giugno 1917).
All’eccidio sopravvisse Amleto Azzani, detto Charlie, il quale fu testimone dell’andamento dei fatti, che si sono così svolti. A seguito di una spiata, venne compiuto in S. Giovanni in Persiceto un rastrellamento tra il 16 e il 19 aprile 1945, a guerra quasi finita, tanto che i tedeschi erano in ritirata quasi ovunque. Nonostante questo, gli interrogatori furono ininterrotti e le torture violente, finché i prigionieri vennero consegnati a una compagnia di SS in fuga verso il Brennero. La marcia estenuante, che si protrasse per un giorno senza che i prigionieri potessero bere e mangiare, si concluse oltre la mezzanotte a Cavezzo, dove la colonna di soldati e catturati alloggiò nell’appartamento di un fascista locale. Il mattino seguente, il cammino riprese verso la statale del Brennero, salvo arrestarsi sotto il portichetto del forno, dove i prigionieri, slegati, vennero fatti sostare. Il primo a essere ucciso fu un fascista che – a sua volta catturato – aveva percorso l’intero tragitto con la colonna in marcia; poi fu il turno degli altri, colpiti alle spalle mentre cercavano la fuga attraverso i campi. Si salvò il solo Charlie, che trovò il sostegno del CLN locale per la ricomposizione delle salme dei compagni uccisi, prima di fare ritorno a S. Giovanni in Persiceto, a liberazione ormai avvenuta.

(Cristiano Panzetti)

 

 

 


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