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Cavezzo, il nome

Cultura    30/03/2017
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Dal libro Per una storia di Cavezzo, Cavezzo 2002

 

L’Abbazia di San Silvestro di Nonantola nacque a seguito della donazione  di vasti territori che il re longobardo Astolfo fece al cognato Anselmo, il primo abbate del monastero, nell’anno 752 dopo Cristo. Nell’archivio nonantolano esiste il documento della donazione, si tratta in realtà di un falso, scritto nel XII secolo e conosciuto agli studiosi come “falso di Astolfo”, nel quale però sono riportati verosimilmente i beni su cui poté contare l’Abbazia  all’atto della sua nascita. Corsi d’acqua, boschi, masserie, paludi, appezzamenti produttivi, villaggi, pievi e oratori erano compresi in una vastissima regione che dall’Appennino scendeva fino a valle, nelle terre fra il Secchia, il Panaro ed il Reno.
E’ in questo documento, dove sono minuziosamente elencati i beni, i diritti e le garanzie di competenza abbaziale, che compare per la prima volta un’indicazione legata al territorio di nostro interesse. Il grande bosco della Saliceta – all’epoca chiamato Lovoleto –  era compreso nella donazione, ed è nella descrizione dei suoi limiti confinari che si legge come  questi arrivassero fino al luogo chiamato Cavezali.

…in eodem loco Lovoleto, ubi dicitur Cavezali

Cavezali, Cavezzali, Cavezoli, Cavizali, Cavedizio, Cavedicium, sono i diversi nomi con cui, negli archivi nonantolani, si trovano i riferimenti a questo tratto di terra.
Quale sia l’origine esatta di questo nome è difficile da dire. Alcuni studiosi hanno supposto che la comune radice Cave (cavità), che lega le varie denominazioni, sia da riferire all’immagine di un territorio irregolare. Opposte alle motte, ai rialzi di terra e ghiaie formatisi con le piene, vi erano gli avvallamenti acquitrinosi, le cavità. A Bologna il Cavaticcio è un canale artificiale che attraversa il centro cittadino, l’uguale radice Cave è qui utilizzata come cavo, scavo, canale, e si può riscontrare in diversi toponimi il cui riferimento è legato appunto alla presenza di un canale. Anche nel nostro caso Cave  potrebbe alludere ad un cavo, un canale, non artificiale ma naturale, un antico letto di fiume, un ramo secondario col tempo interratosi, ma che caratterizzava ancora il paesaggio.
Franco Violi nel suo Saggio di un dizionario toponomastico della pianura modenese dà invece un’interpretazione differente: elencato fra i toponimi di origine oscura ed incerta il nome Cavezzo (è questa una lettura azzardata anche dal Tiraboschi) deriverebbe, nella sua accezione Cavedicium, dalla parola latina Cavedium usata per indicare uno spazio racchiuso da muri.
La sostanziale differenza fra quest’ultima interpretazione e le precedenti si trova essenzialmente nel fatto che con Cavezali (o Cavizali, Cavedizio, Cavedicium …) non si indicava una zona, una regione incerta, bensì un posto preciso dove una residenza fortificata, una villa, era il punto di principale riferimento. Non dunque una landa piena di buche, ma un luogo controllato e protetto.
A parte la citazione nel documento che riporta la donazione fatta da re Astolfo all’Abbazia (…in eodem loco Lovoleto, ubi dicitur Cavezali ), gli altri riferimenti a Cavezzo compaiono nelle carte nonantolane solo a partire dal 1140, quasi quattrocento anni più tardi. Viene allora da chiedersi se nel testo della donazione a noi pervenuto, il “falso di Astolfo”, lo scrivano, nel precisare i confini del bosco, abbia realmente utilizzato le parole del documento originale o non abbia piuttosto indicato la zona con il nome che all’epoca si utilizzava.
Se il luogo fu detto Cavezali solo nel primo secolo dopo il Mille allora la lettura di Violi parrebbe più credibile, e sarebbe inoltre supportata da un altro documento nonantolano del 1174 nel quale, alla denominazione Cavizali, viene aggiunto de’ Capitaneis. A Cavezzo risiedevano dunque dei Capitani, da intendere genericamente come funzionari, la cui presenza si accorda con quel Cavedium (luogo cintato da muri) di cui parla Violi. Nel caso contrario, se effettivamente il copista riportò le parole con cui si davano i limiti del bosco, allora il nome Cavezali, già presente nell’VIII secolo, più facilmente era suggerito dall’immagine di ambiente irregolare e selvaggio che si aveva della regione.

Cavezzo, al di là dell’origine del suo nome, fu dunque parte dei possedimenti abbaziali, e come tale rientrò nei programmi di riassetto ambientale, sociale e religioso, portati avanti dai monaci benedettini.

Giuseppe Savini

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