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Le chiese di Cavezzo, Motta, Disvetro

Cultura    8/03/2017
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Tra i beni d’interesse culturale di Cavezzo ci sono:

  • la Chiesa parrocchiale di S. Egidio Abate, in piazza Don Zucchi
  • la Chiesa parrocchiale di Santa Maria ad Nives, a Motta sulla Secchia
  • la Chiesa parrocchiale di S. Giovanni Battista, a Disvetro.

In seguito al sisma 2012 queste chiese sono diventate inagibili a causa di gravi danni strutturali di diversa entità e in quanto tali  sono state materia di studio e progetti finalizzati ai necessari interventi.

La ricostruita chiesa di Sant’Egidio Abate è stata inaugurata il 2 giugno 2019.

Nelle foto:
– interno della Chiesa di S. Egidio Abate dopo la ricostruzione;
– antecedente gli eventi sismici 2012, la chiesa di Disvetro dall’alto.

Dalla pubblicazione Per una storia di Cavezzo, Cavezzo 2002,  notizie storiche sulle tre chiese

 

La Chiesa parrocchiale di S. Egidio Abate
Cavezzo, piazza Don Zucchi
La chiesa parrocchiale di Cavezzo, posta sotto il titolo del Santo patrono Egidio, ha le sue origini in un antico oratorio esistente sin dalla fine del secolo dodicesimo nell’Isola di Sant’Egidio — identificabile pressappoco con l’attuale centro di Cavezzo — ove aveva sede il Comune di Casare, unità amministrativa posta alle dipendenze della non più esistente corte di Roncaglia, che obbediva alla giurisdizione della Abbazia di Nonantola.
Fu elevata a rettorìa con fonte battesimale nel 1352; è arcipretura dal 1641 e capo congregazione ecclesiastica dal 1677 assumendo così quella posizione di preminenza che tuttora conserva sulle chiese di Motta e Disvetro.
Già ricostruito nel 1620 e nel 1748, agli inizi del ‘900 il tempio versava in precarie condizioni tanto da rendere necessario un radicale rifacimento. Nel 1909, demolito il vecchio edificio, iniziarono i lavori di costruzione della nuova parrocchiale, terminati nel 1912, secondo il progetto dell’architetto Giacomo Masi (1863-1923), cavezzese di adozione, che ideò un sobrio e monumentale tempio in forme eclettiche neorinascimentali che arieggiano, nella maestosa facciata ad arco trionfale in laterizio alta 21 metri, esempi albertiani e palladiani, riassunti in quattro lesene di ordine gigante (cimate da capitelli pseudoionici con protomi leonine) su alto basamento.
Le lesene reggono cornicione e timpano in notevole aggetto, sovrastato a propria volta da altro elemento su cui troneggia la croce. La lunetta, che sovrasta la quadrifora di gusto neoromanico, è adornata da un bassorilievo raffigurante una Annunciazione opera di Giuseppe Ascari (1939), di compassata ispirazione neoquattrocentesca.
L’interno a navata unica, voltato a botte, è assai luminoso grazie alla presenza di sei ampie finestre termali praticate nel cleristorio. Tre cappelle per parte si aprono nei lati, pausati da una travata ritmica di lesene cimate da capitelli pseudoionici. È difficilmente contestabile come in questa occasione l’architetto Masi abbia perseguito con onesto impegno creativo la via sicura del citazionismo eclettico consono alla sua formazione, avvenuta (come allora era prassi) presso la Regia Accademia di Belle Arti, a Modena, mentre la sua cifra stilistica più significativa ed originale è meglio apprezzabile in altri edifici di sua ideazione, pubblici e privati, tuttora presenti nel territorio. Tra le aperture dei vani che si alternano alle cappelle laterali sono visibili modanature di tenue gusto decò. L’ultimo radicale restauro risale ai primissimi anni Ottanta, voluto dall’allora arciprete canonico monsignor Giuseppe Malagoli. La torre campanaria, ricostruita nel 1781, risanata nel 1921 dall’architetto Masi e sottoposta recentemente ad un importante restauro, vide sostituire nel 1830 la primitiva cupola con l’attuale guglia.
Poche le emergenze artistiche significative contenute nella parrocchiale: pregevole il dossale dell’altar maggiore, opera del celebre carpigiano Annibale Griffoni (1619-1679) in scagliola policroma, simile ad altro esemplare nella chiesa di Motta, che segue il classico schema tripartito a trine e candelabre con specchiature mistilinee di attardato gusto manieristico che circondano figure di santi (probabilmente il patrono Egidio e San Silvestro papa, patrono della diocesi nonantolana) e un centrale ostensorio raggiato nella cui base sono visibili le iniziali dell’artefice. Alla stessa mano sono attribuibili le due formelle in scagliola sovrastanti. In abside, pala di modesta fattura del tardo Seicento raffigurante Sant’Egidio abate entro ancona moderna. Nella cappella battesimale (fonte di fattura veronese datata 1619), tela con San Sebastiano ed altri santi di buona qualità riferibile alla cerchia del Consetti (fine Settecento).
Sull’altare della terza cappella a destra bella Sacra Famiglia attribuibile a Giuseppe Zattera (1825-1891), pittore modenese di adozione, dell’ambito di Adeodato Malatesta.
Tra gli arredi, significativo il ricchissimo tronetto in legno dorato per l’esposizione del SS. Sacramento di fattura bolognese settecentesca, custodito in pregevole armadio di gusto veneto, nonché il paliotto mobile ricamato dell’altar maggiore, anch’esso di fattura bolognese settecentesca.

La chiesa parrocchiale di Santa Maria ad Nives
La chiesa parrocchiale di Santa Maria ad Nives è senza dubbio l’emergenza artistico-architettonica di maggior rilievo nel territorio cavezzese, conservando ancora al proprio interno, pressoché inalterate, opere di notevole pregio.
La chiesa di Motta sembra trarre la sua origine da una cappella eretta nel secolo XIV dalla nobile famiglia Azzolini, poi assoggettata alla parrocchiale di Cavezzo sin dalla metà del secolo.
In seguito dipese dalla corte di Roncaglia, poi dalla pieve di San Pietro in Elda, per essere nuovamente soggetta alla chiesa cavezzese di Sant’Egidio. Fu elevata a chiesa battesimale nel 1512. Nel 1642 furono rialzati i muri perimetrali e costruita la volta a botte.
La facciata, in laterizio a vista, è di sobrio impianto organizzata su due ordini a tre campate affiancate da due esigue ali laterali.
Nel periodo 1875-1892 l’edificio fu sottoposto a notevoli restauri: fu posato un nuovo pavimento (1879) poi ricostruito nel 1931 e furono rifatte le gradinate di accesso agli altari laterali, originariamente undici e ridotti a sei nella prima metà del Novecento.
Interessante il dossale in scagliola eseguito verso gli anni Quaranta del Seicento dal celebre carpigiano Annibale Griffoni (1619-1679), accostabile all’unico presente nella chiesa di Cavezzo, da cui differisce per essere a campo unico trattato a specchiature policrome dai contorni mistilinei di gusto tardo manieristico con figurine della Vergine col Bambino, San Giuseppe col Bambino e Sant’Antonio da Padova.
Di notevole importanza anche le opere in scagliola ascrivibili al figlio Gaspare Griffoni (1640-1698), quale il monumentale ciborio che sovrasta l’altar maggiore (1672), a struttura ottagonale in scagliola policroma organizzato architettonicamente con colonne di ordine composito che sostengono un elaborata trabeazione6 cimata da cupola a tamburo. Sempre a Gaspare (anche se il Cappi lo attribuisce ad Annibale) andrebbe riferito il paliotto già a decoro dell’altar maggiore ma che ora adorna l’altare cosiddetto delle Anime Purganti, in bianconero e a campo unico, raffigurante a lati la Madonna col Bambino e San Giovanni Evangelista
(1670 ca.) e al centro due angeli adoranti l’Ostensorio, nonché l’altro simile con al centro Sant’Antonio da Padova col Bambino desunto da una nota stampa di Simone Cantarini detto il Pesarese. Altro paliotto di Gaspare, forse l’ultimo eseguito in ordine di tempo per la chiesa mottese, presenta al centro il Crocifisso e la Maddalena, San Francesco e Sant’Antonio Abate e ai lati due vasi di fiori in tenuissima policromia. Più elaborato e moderno il paliotto attribuito al carpigiano Marco Mazelli (1640-1709?) che abbandona l’impianto tradizionale per un lussureggiante intreccio di cartigli policromi con elementi naturalistici. Non più in loco perché alienata negli anni Settanta la bella balaustra in marmo rosso di Verona che delimitava il presbiterio, fatta costruire da don Francesco Cavazza nel 1783.
Non più esistente la tela secentesca della Beata Vergine del Rosario che adornava l’altare costruito nel 1658, sostituita da una statua sul finire dell’Ottocento, tuttora circondata dalle antiche scene dipinte dei Misteri ancora esistenti. Interessante, nella prima cappella a sinistra,
la tela raffigurante Sant’Antonio di anonimo artista modenese del tardo Seicento ascrivibile alla cerchia dello Stringa. Recentemente restaurata la tela secentesca raffigurante San Francesco e Sant’Antonio Abate. L’organo positivo posto dietro l’altare è opera di Paolo Tollari (1994) costruito secondo la tradizione organaria emiliana. Il campanile, precedente all’ingrandimento della chiesa, fu cimato dalla guglia in cotto presumibilmente nel secolo XVI e dotato di orologio nel 1707, rinnovato nel 1882.

La chiesa parrocchiale di Disvetro
Sin dal secolo XIV è attestata, in documenti nonantolani, l’esistenza di una chiesa di Santa Maria di Disvetro probabilmente ubicata nell’attuale periferia di Cavezzo, ove ora sorge l’oratorio di Sant’Anna.
La odierna chiesa disvetrese trae invece la sua origine da un modesto oratorio sorto nel 1610 ad opera dei fratelli don Dionisio e Giovanni Malavasi, per dotare la popolazione di un comodo luogo di culto stante la lontananza della parrocchiale cavezzese di Sant’Egidio. Con atto costitutivo
datato 29 luglio 1624 l’oratorio fu elevato alla dignità parrocchiale, sottraendo quindi la comunità alla cura d’anime di Cavezzo. Al 1663, sollecitati dal parroco don Carlo Malavasi, sono da porsi i lavori per la costruzione del tempio attuale che non dimostra particolari pregi architettonici: la facciata, settecentesca, è sobriamente organizzata in due ordini di lesene poco pronunciate sui rispettivi basamenti, con due ali laterali appena accennate. La compattezza della superficie muraria è appena mossa dalla porta, dal finestrone centrale e dalle due nicchie che contengono statue in cotto settecentesche del Santo eponimo Giovanni Battista e di Sant’Antonio da Padova.
L’interno, ad una navata con cappelle laterali, concluso da volta a botte, conserva il pregevole altare maggiore tardobarocco in policromo marmo di Verona risalente al 1760, attribuito a Pietro Lumi e fatto costruire dall’allora parroco don Stefano Golinelli. Decorava il presbiterio una balaustra marmorea voluta da don Lodovico Castellazzi nel 1795, oggi non più esistente.
Nel primo altare a sinistra (opera di maestranze carpigiane con colonne nere in finto marmo e timpano spezzato) rimane dell’antico arredo un pregevole paliotto in scagliola in bianco e nero attribuibile al carpigiano Gasparo Griffoni (1640-1689), figlio di Annibale, databile al settimo decennio del Seicento, impostato ancora sulla disposizione classicista di candelabre, girali d’acanto e finte trine che inquadrano tre figurine di santi. La seconda cappella di sinistra presenta invece un’ancona in scagliola, opera di gusto classicheggiante dovuta a Gaetano Venturi (1862). Nella terza cappella di sinistra ancona in scagliola e stucco di gusto eclettico con vivace policromia, eseguita nel 1865 dal modenese Antonio Bernasconi cui si deve forse anche l’ancona in abside nonché l’ornato dell’oratorio della Gaviola. Nella terza cappella di destra ancona corinzia in finto marmo di sapore eclettico che conserva i medaglioni a bassorilievo con i quindici misteri del rosario, opera anch’essa di Antonio Bernasconi (1860).
La seconda cappella di destra mostra un’ancona in scagliola policroma in stile neoclassico eseguita da Giovanni Garuti di Staggia nel 1863, contenente un olio raffigurante la Vergine col Bambino in trono con i Santi Antonio Abate ed Apollonia di fredda ispirazione purista, opera del finalese Francesco Setti (1862), mentre la prima cappella di destra è ornata da ancona in finto marmo, anch’essa opera ottocentesca del Venturi e contiene una mediocre tela attribuibile al mirandolese Antonio Bassoli (1655-1705) raffigurante il Crocifisso e i Santi Nicolò di Bari, Sebastiano e Maria Maddalena.
Del campanile della chiesa di Disvetro si ha notizia dal 1668, ma è probabile che fosse già in opera al tempo della costituzione della parrocchia. Le precarie condizioni della torre consigliarono un rifacimento pressoché radicale nel 1923 ad opera dell’architetto Giacomo Masi (di cui
costituisce l’ultimo lavoro), secondo classici moduli del primo Rinascimento padano. A poche decine di metri sorge il cimitero, di costruzione tardo ottocentesca.

 

Bibliografia
Paolo Golinellli (a cura di), Storia minima. Cavezzo 1860-1924 (dai documenti dell’Archivio Comunale), Cavezzo 1983.
Luigi Zanoli, Giacomo Masi Architetto, Mirandola 1926.
Graziano Manni (a cura di), Arte a Mirandola e nella Bassa Modenese, Mirandola 1988.
Guido Ferrari, La Motta degli Azzolini, Modena 1984.
Giovanni Mantovani, Storia della chiesa di Motta sotto il titolo di Santa Maria ad Nives, 1866, manoscritto presso l’Archivio parrocchiale di Motta.
Graziano Manni (a cura di), Arte a Mirandola e nella bassa modenese, Mirandola 1988.
Vilmo Cappi, Gasparo e Annibale Grifoni nella chiesa di Santa Maria della Neve a Motta di Cavezzo, in «Quaderni della Bassa Modenese», n. 19, San Felice sul Panaro 1991.
Dionisio Dondi, Disvetro e la sua storia, Modena 1974.
Giovanni Mantovani, Indice delle Notizie Storiche sopra le tre Ville Cavezzo, Motta e Disvetro redatte da Mantovani Giovanni e dedicate al Comune di Cavezzo in segno di rispetto e riconoscenza, manoscritto, 1888.
Gian Luca Tusini, Schede sulle chiese di Cavezzo, Motta, Disvetro, in Per una storia di Cavezzo, 2002.

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